Può avere ancora senso, all'alba del terzo millennio, parlare della vita e del lavoro dei contadini? Agli animatori del museo "Museo di Arte e Tradizione contadina" di Olevano pare di sì. La pregevole raccolta di attrezzi e strumenti di lavoro recuperati in questi anni testimonia la volontà di salvare e valorizzare un patrimonio che sta inevitabilmente perdendosi.
Ma, dietro agli oggetti, c'erano uomini: quelli che li hanno costruiti e quelli che li hanno usati, e c'erano gesti, usi, saperi, stili di vita, rapporto con i cicli naturali, legami con la tradizione.
Per ricostruire il contesto dell'agricoltura tradizionale bisogna interrogare chi ne ha fatto parte consapevolmente, e possiede, al contempo, il vivo ricordo della vita contadina locale, così come si svolgeva fino agli anni Cinquanta, cioè fino a quando si è conservato un mondo tradizionale, non definitivamente stravolto dalla modernizzazione e da tutti quei fattori che hanno reso omogenea culturalmente la Lomellina a tutto il resto d'Italia. E proprio a Olevano questo difficile compito è stato assunto in prima persona da Carlo Arrigone, uno degli animatori del museo.
Carlo, ora pensionato, ha svolto nella sua vita molti mestieri, ma è sempre rimasto legato alla terra che ancora coltiva.
Egli sa ridarci, attraverso le sue pagine, uno spaccato non solo del lavoro in campagna ma anche di un mondo ormai perduto; nella piena dei ricordi, fa emergere altri aspetti della vita tradizionale: dalle ricette della cucina povera e dai rimedi con le erbe, ai giochi senza giocattoli, alle ricorrenze religiose; nè poteva dimenticare i proverbi che ritmavano le scadenze lavorative, gli aneddoti, le filastrocche, in pratica quel patrimonio culturale tramandato di generazione in generazione, che serviva a perpetuare conoscenze e valori.
Tra l'altro Carlo (nato nel 1935) ha iniziato a lavorare in un'epoca di accelerata transizione: quella che, dal secondo dopoguerra alla fine degli anni Cinquanta, ha visto (nello spazio di neppure una generazione) il passaggio da un'agricoltura popolata di uomini a un'altra agìta dalle macchine. E forse proprio per questo Carlo è così ben avvertito dei cambiamenti, anche se nella testimonianza sono più evidenti i riferimenti alla progressiva meccanizzazione del lavoro agricolo che allo spopolamento delle campagne e alla sconfitta del movimento contadino.
Attraverso quello che ha appreso dalle generazioni precedenti Carlo ci offre un quadro del mondo tradizionale, quando le cascine erano ancora affollate e nei paesi esisteva una vita comunitaria e una coesione sociale, oggi forse perduto.
Affiora dal racconto di questo mondo l'orgoglio di mestiere ("un contadino era capace di fare duecento lavori"), la rivendicazione della validità del sapere contadino, e quindi la coscienza di quanto si è perso nel modernizzare forzatamente le campagne: oltre alla cultura materiale, si è perduto tutto un mondo di attrezzi (che il museo cerca di recuperare), un paesaggio (si pensi al degrado delle cascine), il rapporto con la terra, le acque, i cicli naturali, il rispetto della natura. Dalle sue parole non emerge mai alcuna tentazione nostalgica, anzi è con ammirazione che vengono presentate le varie tappe del progresso tecnologico; ciè che si condanna implicitamente è la distruzione di un mondo di conoscenze e di un patrimonio naturale ormai non più recuperabili, se non con la memoria.
Per organizzare e presentare il patrimonio di conoscenze che emergeva dalla testimonianza, ho suggerito a Carlo di ricorrere a uno schema tradizionale ampiamente sperimentato: quello del ciclo dei mesi.

Dall'antichità ci sono giunti innumerevoli esempi iconografici che hanno raccontato la vita contadina secondo questo modulo. Ma anche gli studiosi del folclore sono soliti classificare i repertori tradizionali secondo il ciclo della vita (gravidanza, nascita, matrimonio, morte) o secondo il ciclo dell'anno. Ecco allora come si giustifica l'idea del libro: con l'occasione (e il pretesto) dello scorrere dei mesi, si è cercato di raccontare non solo il lavoro contadino, ma, attraverso le stagioni dell'anno, anche le stagioni dell'uomo.

di Marco Savini

Carlo Arrigone, nato a Castello d'Agogna il 27 novembre 1935, si è trasferito con la famiglia ad Olevano nel 1949, per gestire un mulino. Da allora qui vive con la moglie Marisa ed il figlio Alessandro.