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Museo di Arte e Tradizione Contadina

 

Il museo raccoglie gli oggetti più significativi del mondo contadino lomellino dall’Ottocento agli anni sessanta del Novecento.

Esso è ospitato in un edificio rurale ristrutturato, un tempo adibito a stalla e fienile, sito in Via Uberto de’ Olevano, di fronte al Castello Medievale.

La tradizione contadina fonda le sue radici nella madre terra, sono quindi i ritmi della campagna e delle stagioni ad accompagnare il visitatore lungo il percorso espositivo che è stato articolato in 5 aree didattiche: il ciclo dei lavori in campagna, ambienti di vita domestica , antichi mestieri artigianali , ambientazione stalla e scuderia, esposizione mezzi agricoli pesanti.

Al primo piano il percorso di visita inizia con la  primavera, stagione dedicata alla sistemazione del terreno , dove sono esposti gli attrezzi utilizzati per l’aratura, l’erpicatura e la semina del mais e del riso.

Proseguendo nel periodo estivo , quando il terreno comincia a produrre i suoi frutti, si incontrano gli attrezzi usati per la fienagione, la monda, la mietitura, la trebbiatura e un angolo dedicato alla mondina forestiera.

L’estate sfuma nell’autunno con i lavori sull’aia meno faticosi di quelli nei campi e con i primi raccolti a rinvigorire le stanche braccia dei lavoratori.

L’autunno e l’inverno sono i mesi dove la terra riposa, mentre il contadino si dedica alla raccolta e taglio della legna, all’uccisione del maiale per fare i salami, all’imbottigliamento del vino.

A questi lavori stagionali verranno affiancati alcuni mestieri tipici dell’artigianato rurale di fine Ottocento: il falegname, il cardatore ed  il carradore.

Sempre al piano primo sono stati arredati due spazi abitativi tipici dell’intimità domestica delle case contadine di un tempo: la cucina e la camera da letto , dove trova spazio anche un espositore che raccoglie i semplici giocattoli con i quali si divertivano i bambini delle passate generazioni.

La visita prosegue al piano terra dove in una parte dell’ex-stalla sono esposti i finimenti del cavallo da tiro, del bue, della mucca e gli attrezzi usati dal maniscalco e dal mungitore.

All’esterno sotto il porticato sono esposti i mezzi agricoli più grossi e pesanti tra cui la mietilega, la trebbiatrice ed il selezionatore di sementi.

 

Le pubblicazioni del Museo

 

Le stagioni del Contadino

Può avere ancora senso, all’alba del terzo millennio, parlare della vita e del lavoro dei contadini? Agli animatori del museo “Museo di Arte e Tradizione contadina” di Olevano pare di sì. La pregevole raccolta di attrezzi e strumenti di lavoro recuperati in questi anni testimonia la volontà di salvare e valorizzare un patrimonio che sta inevitabilmente perdendosi.

Ma, dietro agli oggetti, c’erano uomini: quelli che li hanno costruiti e quelli che li hanno usati, e c’erano gesti, usi, saperi, stili di vita, rapporto con i cicli naturali, legami con la tradizione.

Per ricostruire il contesto dell’agricoltura tradizionale bisogna interrogare chi ne ha fatto parte consapevolmente, e possiede, al contempo, il vivo ricordo della vita contadina locale, così come si svolgeva fino agli anni Cinquanta, cioè fino a quando si è conservato un mondo tradizionale, non definitivamente stravolto dalla modernizzazione e da tutti quei fattori che hanno reso omogenea culturalmente la Lomellina a tutto il resto d’Italia. E proprio a Olevano questo difficile compito è stato assunto in prima persona da Carlo Arrigone, uno degli animatori del museo.

Carlo, ora pensionato, ha svolto nella sua vita molti mestieri, ma è sempre rimasto legato alla terra che ancora coltiva.

Egli sa ridarci, attraverso le sue pagine, uno spaccato non solo del lavoro in campagna ma anche di un mondo ormai perduto; nella piena dei ricordi, fa emergere altri aspetti della vita tradizionale: dalle ricette della cucina povera e dai rimedi con le erbe, ai giochi senza giocattoli, alle ricorrenze religiose; nè poteva dimenticare i proverbi che ritmavano le scadenze lavorative, gli aneddoti, le filastrocche, in pratica quel patrimonio culturale tramandato di generazione in generazione, che serviva a perpetuare conoscenze e valori.

Tra l’altro Carlo (nato nel 1935) ha iniziato a lavorare in un’epoca di accelerata transizione: quella che, dal secondo dopoguerra alla fine degli anni Cinquanta, ha visto (nello spazio di neppure una generazione) il passaggio da un’agricoltura popolata di uomini a un’altra agìta dalle macchine. E forse proprio per questo Carlo è così ben avvertito dei cambiamenti, anche se nella testimonianza sono più evidenti i riferimenti alla progressiva meccanizzazione del lavoro agricolo che allo spopolamento delle campagne e alla sconfitta del movimento contadino.

Attraverso quello che ha appreso dalle generazioni precedenti Carlo ci offre un quadro del mondo tradizionale, quando le cascine erano ancora affollate e nei paesi esisteva una vita comunitaria e una coesione sociale, oggi forse perduto.

Affiora dal racconto di questo mondo l’orgoglio di mestiere (“un contadino era capace di fare duecento lavori“), la rivendicazione della validità del sapere contadino, e quindi la coscienza di quanto si è perso nel modernizzare forzatamente le campagne: oltre alla cultura materiale, si è perduto tutto un mondo di attrezzi (che il museo cerca di recuperare), un paesaggio (si pensi al degrado delle cascine), il rapporto con la terra, le acque, i cicli naturali, il rispetto della natura. Dalle sue parole non emerge mai alcuna tentazione nostalgica, anzi è con ammirazione che vengono presentate le varie tappe del progresso tecnologico; ciè che si condanna implicitamente è la distruzione di un mondo di conoscenze e di un patrimonio naturale ormai non più recuperabili, se non con la memoria.

Per organizzare e presentare il patrimonio di conoscenze che emergeva dalla testimonianza, ho suggerito a Carlo di ricorrere a uno schema tradizionale ampiamente sperimentato: quello del ciclo dei mesi.

Dall’antichità ci sono giunti innumerevoli esempi iconografici che hanno raccontato la vita contadina secondo questo modulo. Ma anche gli studiosi del folclore sono soliti classificare i repertori tradizionali secondo il ciclo della vita (gravidanza, nascita, matrimonio, morte) o secondo il ciclo dell’anno. Ecco allora come si giustifica l’idea del libro: con l’occasione (e il pretesto) dello scorrere dei mesi, si è cercato di raccontare non solo il lavoro contadino, ma, attraverso le stagioni dell’anno, anche le stagioni dell’uomo. (Marco Savini).

 

Dal giogo al trattore

Il Museo di Arte e Tradizione Contadina di Olevano, dalla sua istituzione nel 1993, ha cercato di colmare una lacuna: quella della mancanza, in Lomellina, di una istituzione culturale che conservi la memoria delle radici contadine di una popolazione e di un territorio visibilmente segnato dalle tracce del lavoro agricolo.

Con lo stesso intento, il Comune di Olevano, dopo il volume di Carlo Arrigone, Le stagioni del contadino, ha promosso la pubblicazione di questo libro.

Esso rappresenta un estratto del catalogo dei “beni demoantropologici materiali” che la Regione ha voluto si redigesse per il Museo.

La catalogazione, realizzata secondo criteri scientifici, è stata molto importante, ma ha prodotto un insieme di schede di difficile consultazione. Si è perciò voluto realizzare una pubblicazione più sintetica quanto godibile, allo scopo di offrire ai numerosi appassionati uno strumento agile per accostarsi al Museo.

Questa pubblicazione ha pure un intento didascalico e può servire, agli insegnanti o al semplice cittadino, sia per rivedere gli attrezzi dopo la visita, sia per prepararla, in modo da comprendere meglio il mondo contadino che questi attrezzi rappresentano, soprattutto negli aspetti di cultura materiale.

Lo scopo che ci si prefigge è che la visita al museo si confIguri come una vera e propria esperIenza intellettuale, che porti ad accostarsi a un mondo ormai scomparso e a una cultura ormai “altra” in un modo il più possibile rispettoso e scientificamente corretto.

 

Ris e Pabi e Arbusìn

Il Museo d'arte e tradizione contadina di Olevano, con la sponsorizzazione del comune, ha già stampato, dalla sua nascita, due volumi: Le stagioni del contadíno di Carlo Arrigone e Dal giogo al trattore, il catalogo degli attrezzi agricoli.

Dopo quelle pubblicazioni c'è stato il trasferimento nella nuova sede e l'adesione al sistema museale locale.

E’ proprio all'interno delle iniziative di Lomellina Musei compare questo "quaderno» che vuole essere un tributo al lavoro della mondina. Tracciare in poche pagine la sua figura non è stato facile, tenendo conto anche della necessità di analizzare il fenomeno del lavoro femminile in risaia dopo anni dalla sua scomparsa e di presentarlo, al di là degli stereotipi, alle nuove generazioni che frequentano i vari ordini di scuola e che, per motivi anagrafici, non ne hanno potuto avere una conoscenza diretta.

Si è cercato in questo lavoro di coniugare le due attività principali del Museo, oltre naturalmente a quella di conservazione, cioè quella divulgativa per agevolare la visita al Museo stesso e quella di ricerca e valorizzazione della cultura popolare locale.

Ecco perché il libro si pub dividere in due parti: la prima storico-didattica e la seconda con la trascrizione e l'analisi di un repertorio di canzoni.

Sl perché non è sembrato possibile scrivere sulle mondariso senza riproporre uno degli aspetti culturali che hanno caratterizzato la loro vita in risaia e cioè il canto.

A questo scopo è allegato al "quaderno" un Cd con una trentina di brani.

Compaiono spesso eleganti pubblicazioni con magnifiche foto d'epoca che hanno come oggetto le mondariso, meno frequenti sono le pubblicazioni di canti, per di più a volte rifatti o riproposti in bella veste. Il Museo invece ha scelto di privilegiare i brani raccolti sul campo.

Si tratta per tutte le canzoni di registrazioni originali, senza abbellimenti, rifacimenti o accompagnamenti strumentali. Alla ri­proposta più o meno ricostruita si è preferita la registrazione dal vivo che, con tutte le sue imperfezioni, è senz'altro più vicina, -seppur non più identica, alla esecuzione che avveniva in risaia.

Tutte le canzoni presentate sono state registrate in Lomellina, anche se, come era giusto, sono state intervistate anche donne di altre zone, immigrate qui proprio per il lavoro di monda e poi stabilitesi definitivamente.

Accanto al più consueto repertorio di canzoni da risaia, che spesso evoca anche nei testi il lavoro, la condizione di vita, la coscienza politica delle mondine, viene presentata una selezione di antiche ballate di tradizione familiare e di più recenti brani da cantastorie, solitamente meno facili da ascoltare nelle raccolte di canzoni popolari. D'altra parte le fonti del repertorio delle mondariso erano molteplici e la loro capacità di adattare le canzoni molto diffusa, come dimostra il famoso canto narrativo "Finòta bella Pinòtà , che in una delle versioni raccolte in Lomellina presenta, per il battesimo dei bambino nato dalla relazione clandestina, «tre bei nomi: Ris e Pabi e Arbusìn, cioè le tre piantine più presenti in risaia.

 

Le iniziative

 

L’archivio della memoria

La sera del 5 luglio 1997 un intero paese si è raccolto in una corte agricola per ascoltare la sua voce.
Il paese è Olevano di Lomellina e la sua voce parla della vita contadina degli anni Cinquanta, del lavoro in cascina, delle fatiche delle donne, delle risaie, dei giochi dei bambini sull'aia.
Una giornata qualunque di una civiltà (quella contadina) prende corpo e voce dispiegandosi davanti agli occhi di generazioni diverse, diventando patrimonio comune, finalmente vivo anche per coloro che quella vita non l'hanno conosciuta.
Quella sera nella corte agricola San Giovanni si è tenuto uno spettacolo teatrale che
è stato una tappa del progetto che il Teatro Officina di Milano ha realizzato ad Olevano dal gennaio 1997 e si conclude nel 1999 con la produzione di un documentario.
Il progetto l'Archivio della memoria è stato realizzato in tre fasi: la prima ha comportato la raccolta delle narrazioni dei vecchi contadini di Olevano, la seconda è stata la rappresentazione teatrale con gli attori del Teatro Officina, con gli anziani contadini di Olevano e con le mondine di Valle Lomellina, l'ultima si è concretizzata con la produzione di un video che ha seguito il processo creativo e metodologico dell'
iniziativa.
La suggestione della antica corte agricola, i canti delle mondine, le musiche suonate da un pifferaio e da un fisarmonicista, il valore profondo delle parole antiche che, ora pesano come pietre, ora sono leggere come un volo di farfalla, fanno di questa esperienza un evento particolarissimo, raro e prezioso, un'esperienza in cui vita e cultura coincidono.

 

TEATRO OFFICINA - Intervista ad Antonio De Vita >>

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La sala espositiva del Museo di Arte e Tradizione Contadina

Il volume le stagioni del contadino

Carlo Arrigone, nato a Castello d’Agogna il 27 novembre 1935, si è trasferito con la famiglia ad Olevano nel 1949, per gestire un mulino. Da allora qui vive con la moglie Marisa ed il figlio Alessandro.

Il volume Dal Giogo al Trattore

Il volume Ris e Pabi e Arbusìn

Alcune immagini delle prove e della rappresentazione Teatrale "Memorie di Terra Contadina" realizzato e messo in scena dal Teatro Officina di Milano.

il regista Antonio De Vita. >>   

Alcuni oggetti esposti al Museo di Arte e Tradizione Contadina